lunedì 1 agosto 2011

Chi altro vuole guadagnarsi da vivere scrivendo?

Ti fanno una sola domanda. Poco prima di diplomarti alla scuola di giornalismo, ti chiedono di immaginarti nei panni di un reporter. Lavori in un importante quotidiano di una grande città e una sera, la vigilia di Natale, il caporedattore ti spedisce a indagare su un caso di morte.
La polizia e l'ambulanza sono già sul posto. Il corridoio dello squallido condominio è già stipato di vicini in accappatoio e ciabatte. Nell'appartamento c'è una giovane coppia che singhiozza accanto all'albero di Natale. Il figlio è morto soffocato da uno degli addobbi dell'albero. Raccogli i dati che ti servono, nome del bambino, età e via dicendo, dopodiché torni in redazione che è quasi mezzanotte e riesci a finire l'articolo giusto in tempo per mandarlo in stampa.
Lo fai leggere al caporedattore e lui te lo stronca perché non hai scritto di che colore era l'addobbo. Rosso o verde? Vederlo era impossibile, e a te non è venuto in mente di chiederlo.
Dalla tipografia strillano che bisogna chiudere la prima pagina, e tu hai solo due scelte.
Chiamare i genitori e farti dire il colore.
O rifiutarti di chiamarli e perdere il lavoro.
[...]
Quella domanda di deontologia devono per forza fartela a fine corso, perché a quel punto non puoi più tornare indietro. Hai le rate del prestito studentesco da rimborsare. A distanza di anni e anni, il sottoscritto è giunto alla conclusione che il vero senso della domanda è: Sei sicuro di volerti guadagnare da vivere così?

Certo, è un pezzo di fiction tratto da Ninna Nanna, e in più l'ha scritto Chuck Palahniuk che non ci va certo piano.

Però la domanda ci riguarda tutti, appassionati di scrittura, aspiranti scrittori e giornalisti, blogger e produttori di parole e (si spera) di significati:

Sei sicuro di volerti guadagnare da vivere così?

Buone vacanze...

6 commenti:

  1. Tempo fa ho letto un bellissimo articolo che parlava di una lezione tenuta da Sergio Zavoli
    ad un gruppo di aspiranti giornalisti in cui
    Zavoli paragonava il ruolo del giornalista a quello del sacerdote . Tatto quindi e mediazione,
    ma anche e soprattutto volontà di conoscere la verità . E poi non dimentichiamo che la libertà di stampa è indice della democrazia di un paese!
    Per quanto riguarda la figura del blogger, sempre
    più assimilabile a quella del giornalista vero e proprio, negli ultimi tempi abbiamo assistito a comunicazioni eroiche di blogger che, pur di raccontare situazioni ingiuste, mettevano a repentaglio la loro stessa vita.
    Diverso è il discorso per lo scrittore che opera nel regno della menzogna sublime, più o meno fantasiosa.
    Quindi ognuno scelga secondo la propria indole e
    i propri talenti
    Benedetta

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  2. Grazie per il commento, Benedetta.
    Libertà, dunque, anche come indice di democrazia, nella scelta della propria strada di scrittura.
    A patto che libertà di scrivere non significhi libertà di scrivere come ci pare.

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  3. Chi si guadagna da vivere scrivendo, chi riceve soldi per scrivere, non è libero, anche quando si illude di esserlo. E non lo è neppure chi scrive non per soldi ma per militanza, per adesione ad un'ideologia. A un'ideologia si aderisce per condizionamento, per opportunità (od opportunismo), per capriccio. E l'ideologia condiziona (magari in modo inconsapevole, al livello di una cattiva coscienza che si autoinganna, credendosi libera scelta) al pari delle aspettative e delle pressioni di un committente.
    Travaglio può apparire, in Italia, l'emblema del giornalismo libero, contro il potere costituito. Eppure, è difficile pensare che il suo antiberlusconismo non dipenda anche dall'essere legato a De Benedetti - esponente anch'egli di quel Capitale policefalo, dalle mille facce o maschere ma dall'unica spietata natura.
    Indymedia poteva apparire un esempio di giornalismo indipendente, alternativo, contro il sistema. Eppure, l'anarchismo, il movimento no global, la sinistra radicale non sono al di sopra delle parti. Sono, anzi, una parte ben precisa e definita, faziosa e preconcetta come tutte.
    L'informazione non è mai libera. Neppure a livello locale, minimo, microscopico; figuriamoci sullo scenario nazionale o globale, dove sono in ballo interessi miliardari, elezioni, potere.
    Libera può essere la letteratura. Libera nella misura in cui è nobilmente inutile, chiusa nella sua sublime vanità, nella sua amoralità più alta di ogni etica.
    Un tempo esisteva il "journalisme poétique"; poi l'elzeviro, la prosa d'arte. Anche il giornalismo poteva essere letteratura. Oggi non più. C'è il gonzo style: libero entro i suoi limiti, e grazie ad essi: i limiti di una soggettività, una parzialità e un'occasionalità totali, e onestamente ostentate.
    Libera è solo la scrittura che rinunzi, almeno nell'immediato, ad agire e ad incidere sul reale. E' forse quella che vivere e parlare, in futuro, quando non ci saremo, nel modo più profondo e più autentico.

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  4. La letteratura, senza la scrittura funzionale, non sarebbe neanche mai venuta in mente all'essere umano. Questo è il dato di fatto. Nel momento in cui si scrive un commento si vuole incidere sul reale, almeno su quello di chi ha scritto il post o lo ha commentato e letto. A ognuno la libertà di auspicare la scrittura che vuole. Anche quella anonima.

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  5. Ma la rete è la negazione del reale. E' la sfera virtuale. Se ormai anche la carta stampata ha scarsa eco, a maggior ragione priva di impatto sul reale è (nonostante il mito di Internet come luogo di libertà) la scrittura affidata alla rete. Scrittura che non conta niente, che in genere non viene letta se non da poche centinaia di persone. E' raro che si venga a conoscenza di qualcosa tramite la rete. Il mezzo principe resta la televisione. Sulla rete si vanno a cercare solo elementi ulteriori, a partire da ciò che si sa già grazie alla televisione. Ma, per il novanta per cento, la rete è intasata da un mare di idiozie. Quasi tutto ciò che si condivide si messaggia si socializza si cinguetta è idiozia pura: come le cretinate di convenienza che si dicono quando si incontra un conoscente, o quelle ancora più volgari e più vuote che ci si scambia fra amici, o presunti tali. Come le cose assolutamente inutili che ora io, anonimo, sto scrivendo qui.
    Ciò che esiste solo sulla rete di fatto non esiste. Se i blog contassero davvero qualcosa, non verrebbero concessi gratuitamente ed istantaneamente a chiunque.
    La letteratura non sarebbe mai nata senza la scrittura funzionale? Non so. La lettertura orale è esistita per secoli, forse per millenni; e sopravviveva ancora in certe comunità primitive fino a qualche decennio fa. Ecco, forse la letteratura orale incideva davvero sul reale, poiché era legata a pratiche religiose, rituali e sacrificali su cui si fondava la socialità. Forse è proprio passando alla pagina scritta che la letteratura ha iniziato a divenire, progressivamente, lettera morta.
    Nella grande letteratura, rarissima e stupendamente inutile, quella morte si rifà vita.

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  6. Io non penso che l'atto di commentare sia inutile, così come quello di parlare a conoscenti o amici, ma questa cosa da una parte dipende da visioni personali e dall'altra, affermando di negare ciò che si fa, ci si ammanta di un nichilismo autoreferenziale nel quale non mi va di seguire nessuno. Così come non mi va di dirimere le matasse altrui: o la letteratura è stupendamente inutile, o era utile quand'era orale, a seconda di come le serve. A quelle pochissime persone, di cui lei parla, e che leggono in rete con interesse, sarà chiaro il senso di tutto ciò. Ho pubblicato anche questo commento perché ha del sale, ma basta con l'anonimato.

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