giovedì 12 aprile 2012

Come scrivere una buona pubblicità in tre mosse

Se in questi giorni di festa appena trascorsi hai usufruito della potente flotta degli aereotrasporti, allora hai perso una grande occasione.

Non capita tutti i giorni di doversi togliere il cappello di fronte alla bravura dei creativi, in fatto di pubblicità cartellonistica.

Spesso, anzi, le loro sono brutture invadenti, ingombranti e stonate.

Invece, per me e per tutti coloro che hanno viaggiato sulle frecce rosse di Trenitalia, l'impatto con l'eccezionale campagna della Costa (non quella delle crociere!) per incentivare le visite agli acquari è stato beneaugurante.


Premetto che il mio discorso non è a favore di zoo e similari e il tema della cattività esula totalmente dal mio post.

Non sto qui a descrivervi la qualità dei progetti didattici proposti ma v'invito a navigare le varie iniziative accessibili dal link qui sopra.

Voglio invece sottolineare come con pochi - tre - semplici accorgimenti, il messaggio pubblicitario riesca a toccare in pieno anche gli eterni indifferenti.

Dagli alti tetti delle stazioni, infatti, scendono nel nostro campo visivo immagini sorprendenti e accattivanti che accostano il mezzo viso di bambini e creature marine, formando un volto unico e spiazzante.

Oltre all'impatto spaziale e dimensionale - sono giganteschi - e alla qualità grafica del lavoro, i cartelloni funzionano per tre semplici ragioni che, mutatis mutandis - e le mutande non c'entrano! - , possiamo tranquillamente trasportare a qualsiasi messaggio testuale, anche scritto.

Perché funzionano così bene?

De te fabula narratur
Quando scrivi i tuoi testi, hai ben chiaro a chi ti rivolgi?

Quelli della Costa sì: sebbene a pagare l'ingresso ai musei e agli acquari siano i genitori, è chiaro che la "molla" che fa scattare la famiglia fino a entrare in uno di questi parchi didattici sono i bambini.

Per questo motivo, nelle immagini sono loro i protagonisti, è a loro che i cartelloni si rivolgono, sono loro a riconoscersi nel messaggio e a esclamare Papà, mamma, ci voglio andare!

Nel dicembre del 1982 arrivò in Italia E.T l'extraterrestre di Spielberg, e quell'alieno aveva la stessa simpatia irresistibile delle creature di questi cartelloni, a giudicare dagli incassi e dal pianto che feci per costringere, più che convincere, mio padre a portarmi al cinema per vederlo, e la spuntai.

A chi ti rivolgi, quando comunichi?

Umano, troppo umano
Sarebbe troppo ovvio far notare che in una pubblicità di parchi acquatici i creativi abbiano deciso di mostrare il contenuto della loro proposta, ossia le creature marine.

Meno ovvio ma fondamentale mettere in luce il modo in cui ce le mostrano.

A che cosa serve l'accostamento tra i volti dei bambini e quelli degli animali acquatici?

Certo, a creare delle divertenti e impossibili creature ma soprattutto a ingannarti benevolmente, facendoti notare l'umanità che il sorriso sdentato dello squalo o la boccuccia a cuore del pesce possono assumere se solo per un attimo li guardi come se fossero tuoi simili.

Allora, che messaggio possiamo trarre?

Che umanizzare la nostra comunicazione è fondamentale se vogliamo toccare la sensibilità di chi ci ascolta, legge o guarda.

Chiamata all'azione
Le due mezze facce si uniscono e, in un gioco di rimandi reciproci, danno vita a un nuovo essere che fa da ponte tra i due mondi.

Ricordi quanto detto prima?

Chi paga sono i genitori, genitori di bambini che, in questi cartelloni, sono maledettamente somiglianti ai pesci.

Hanno la loro stessa tenerezza, il loro stesso piglio, le loro stesse espressioni.

Sono come i tuoi figli, anzi, sono i tuoi figli.

Questa è la chiave.

Se queste creature sono così simili ai bambini,
e se tu, genitore, ti prendi cura dei bambini,
allora - se hai studiato Aristotele e i sillogismi! - devi prenderti cura anche di quelle creature.

Come?

Facendo loro una bella visita in uno dei parchi acquatici!

Et voilà, les jeux sont faits!

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